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CE LA POSSIAMO FARE E CI DOBBIAMO CREDERE

Mi. è una signora aretina di 40 anni, all’epoca dei fatti già separata dal marito, che abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia e quella del suo bel bambino, Ma., la cui avventura inizia nel 2011, all’età di 3 anni, e che ad oggi ha superato il primo anno di follow up.

Mi. ha un’avviata attività di consulente del lavoro, ma a metà luglio il mondo sembra franarle addosso, dopo che già, nel corso delle vacanze estive, il piccolo aveva cominciato a palesare sintomi preoccupanti. “Da analisi che dovevano verificare la presenza di eventuali allergie – spiega la mamma – risulta invece che Ma. era malato. I medici mi dicono che è “gravemente malato”, senza specificare il nome della malattia. E aggiungono che hanno già chiamato il Meyer e che ci stanno aspettando, ma io non capisco ancora bene cosa volevano dire. Andiamo al Meyer senza nemmeno passare da casa, entriamo nel reparto di Oncoematologia, capiamo la gravità della malattia. Iniziano le prime visite. La diagnosi conferma che si tratta di leucemia, la common, quella tipica. I medici aggiungono però che era il tipo di leucemia che più comunemente si sviluppava a quell’età, che con più facilità era trattabile e che si arrivava a una percentuale sopra l’80% di remissione completa. E’ stata anche una questione di averla presa in tempo. Comunque viene eseguita immediatamente una trasfusione perché i globuli bianchi erano alti rispetto a quelli rossi e quindi c’era deficienza ematica”.

“La vita cambia completamente – aggiunge Mi. – perché devo telefonare in ufficio per dire che dall’indomani non ci sarò e non so quando tornerò. Cambia perché i tanti pianti che ho fatto non dovevano essere assolutamente fatti “pesare” al bambino. Cambia perché non avevo al mio fianco un compagno, anche se per fortuna c’erano mia madre, mia sorella e altri familiari. Cambia perché da allora sei totalmente immersa nelle tantissime cose pratiche da fare quotidianamente, che per fortuna ti tolgono anche il tempo per pensare”.

A Mi. viene anche in mente di trasformare tutto in un gioco. “Riesco a convincerlo che avevamo vinto una bellissima vacanza in un posto pieno di dottori e che lui era stato selezionato, al pari di altri bambini speciali, per fare una missione nello spazio. Il catetere e il topino ci serviva per mettere dentro la scia colorata per poi lasciarla nello spazio e quando si andava a fare le lombari o gli aspirati midollari partivamo tutti con le maschere e andavamo a fare le spedizioni spaziali”.

A superare questo passaggio delicato e a ottenere la tanto agognata remissione contribuiscono il carattere giocoso di Ma., che conquista tutti con la sua simpatia e la sua passione per gli eroi mascherati, la sua resistenza fisica, e la dedizione totale della mamma.

La chiosa finale è per chi adesso è coinvolto nella malattia del figlio. “Non solo ci si può fare – incoraggia Mi. – ma ci si deve credere, anche quando le avverse situazioni suggerirebbero il contrario; diamo spazio al nostro cuore, di meno alla nostra mente”.

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